Nadia, 56 anni: “Incensata per i successi e poi messa da parte, con educazione”
di Sarah Barberis, d.repubblica.it
Lo stereotipo vuole che le donne siano più inclini a difendere gli altri che se stesse, più disponibili a cedere che a negoziare. Ma più che uno stereotipo, è una ricorrenza che affonda le radici in un’educazione precisa. Arrabbiarsi, rivendicare, insistere non sono comportamenti incoraggiati nel percorso educativo femminile. E il mondo del lavoro finisce per riflettere, e amplificare, questa deformazione. Le ricerche mostrano infatti che, nelle aziende, le donne negoziano meno e con minore successo degli uomini, non per carenza di competenze, ma perché il sistema tende a penalizzarle proprio quando provano a usarle. Studi longitudinali condotti da Harvard Business School evidenziano che le donne chiedono meno spesso aumenti, promozioni o cambi di ruolo e che, quando lo fanno, ricevono più facilmente risposte negative o vengono percepite come “difficili”. Secondo le analisi di McKinsey & Company, questa dinamica incide direttamente sulla mobilità interna: le donne vengono spostate più spesso senza essere coinvolte nel processo decisionale, soprattutto nella fascia senior, quando l’esperienza è alta ma il potere contrattuale tende paradossalmente a ridursi. È in questo paesaggio, tra competenza riconosciuta e negoziazione mancata, che si collocano molte storie di lavoro femminile oggi. Anche quella di Nadia, a cui risponde Ilaria Cecchini, co-founder di Women at Business.
Se desiderate raccontare la vostra storia potete scrivere a [email protected] e la redazione la valuterà.
Cara redazione, vi scrivo perché ho bisogno di mettere un po’ d’ordine in quello che mi sta succedendo. Un po’ ho bisogno di sfogarmi, un po’ vorrei capire come muovermi. Dieci anni fa ho lasciato il lavoro di medico. È stata una scelta ponderata, frutto di riflessione e confronto. Sentivo di aver chiuso un ciclo e sono entrata in una casa farmaceutica sapendo che avrei dovuto rimettermi a studiare, ma sono una abituata a rimboccarsi le maniche. L’ho fatto. In questi anni ho lavorato con continuità e serietà, ho portato risultati e mi sono costruita una credibilità che, almeno fino a poco fa, pensavo fosse riconosciuta. Qualche settimana fa, durante una convention aziendale, mi hanno ringraziata pubblicamente. Con la misura delle parole aziendali, ovviamente: buon lavoro, obiettivi raggiunti, contributo apprezzato. Hanno detto che il mio percorso poteva essere un riferimento, un modello, anche per altri. Poco dopo, però, ho scoperto, non direttamente, e questo è già significativo, che verrò spostata in un altro settore. Non è un demansionamento, sulla carta: stesso livello, stesse responsabilità. Ma è un ambito diverso da quello in cui ho maturato più di venticinque anni di esperienza complessiva. E soprattutto è una decisione presa senza coinvolgermi, senza una conversazione preventiva, senza chiedermi un parere. Ho 56 anni. So bene cosa posso fare e cosa no. So anche che ricominciare da capo, a questa età, non è un dettaglio organizzativo: è un cambiamento che pesa, professionalmente e personalmente. Quello che mi ha colpita di più non è tanto il trasferimento in sé, quanto il modo. Essere informata a cose fatte, come se fossi una risorsa da spostare e non una professionista con storia e competenze. Non mi sento fragile, ma sono stanca. E sì, anche un po’ avvilita. Perché tutto questo arriva dopo risultati positivi, dopo parole di stima. E allora mi chiedo che valore abbiano, se poi non si traducono nemmeno nel rispetto minimo di un confronto diretto.
Ora mi trovo davanti a una scelta che non avrei voluto dover fare. Accettare, magari pensando che tra due anni potrei andare in pensione, se ci sarà un incentivo. Oppure far valere le mie ragioni e difendere il mio ruolo e il lavoro che ho costruito. Non cerco uno scontro, ma nemmeno di essere messa da parte con educazione. Questa è la mia professione, e credo di aver dimostrato di saperla fare. Vi scrivo perché forse questa storia, raccontata con calma, può servire anche ad altri. E perché a volte dirle le cose è già un primo passo per non subirle.
Un caro saluto, Nadia
Risponde Ilaria Cecchini, co-founder di Women at Business
Cara Nadia,
grazie per aver scritto con questa lucidità. Non è da tutti raccontare una ferita professionale senza cedere né all'autocommiserazione né alla rabbia cieca. Già questo dice molto di chi sei. Ti scrivo come cofondatrice di Women at Business, un'azienda che lavora ogni giorno con donne che, come te, hanno costruito competenza con costanza e si trovano a un certo punto a dover scegliere tra resistere e reinventarsi. Ed è proprio su quella scelta che voglio essere onesta con te, anche se quello che ho da dirti non è necessariamente quello che ti aspetti di sentire.
Hai ragione sul metodo. Comunicare uno spostamento a cose fatte, senza un confronto preventivo, è un errore di gestione che non va giustificato né minimizzato. Hai tutto il diritto di sentire quello che senti: lo strappo tra le parole di stima ascoltate in convention e il modo in cui sei stata trattata pochi giorni dopo è reale, e fa male. Ma c'è una cosa che ho imparato, lavorando con tante donne in situazioni simili alla tua: il modo in cui un'azienda comunica una decisione ci dice qualcosa di importante sul suo livello di maturità, non necessariamente sul valore che attribuisce a noi. E confondere le due cose — la qualità della comunicazione con il giudizio sulla nostra persona — è una trappola in cui è facilissimo cadere, e dalla quale è difficile uscire senza farsi del male.
Detto questo, voglio essere diretta anche sull'altra scelta che stai considerando: combattere per difendere il ruolo che hai. Ti chiedo di riflettere bene su cosa significherebbe concretamente. Se la decisione è già presa — e tutto lascia intendere che lo sia — uno scontro frontale difficilmente ribalta il risultato. Spesso consuma energie preziose, inasprisce i rapporti e finisce per isolare chi lo ingaggia. Le aziende tendono a trovare il modo di fare comunque quello che hanno già deciso. E tu, a 56 anni con la tua storia, meriti di investire le tue energie in qualcosa che le moltiplichi, non che le disperda. Allora cosa fare? Io ti chiedo di considerare seriamente la terza strada — quella che nelle tue parole non compare ancora, ma che esiste: accettare la sfida senza accettare la narrazione che ti è stata imposta. Accettare non significa capitolare. Significa scegliere attivamente di portare la tua esperienza in un territorio nuovo, con la consapevolezza che una professionista che ha già cambiato settore una volta — e l'ha fatto con risultati — sa fare cose che chi non l'ha mai fatto non sa nemmeno immaginare. La flessibilità, la capacità di ricominciare mantenendo la propria autorevolezza: sono competenze rare. Ci tengo però a dirti anche questo: accettare non esclude il confronto. Anzi, lo rende più efficace. Puoi chiedere un incontro formale, non per contestare la decisione, ma per negoziare le condizioni del tuo ingresso nel nuovo ruolo — risorse, tempi, supporto, obiettivi chiari. Puoi farlo da una posizione di forza, non di risentimento. Ed è una posizione molto più solida di quella che si occupa quando si è percepiti come qualcuno che fa resistenza. Hai davanti, potenzialmente, ancora un decennio di vita professionale attiva. Come vuoi che sia? Segnato dalla battaglia per qualcosa che probabilmente non recupererai, o costruito su una nuova scommessa che potresti vincere? Non ti dico di non essere arrabbiata. Ti suggerisco di usare quella rabbia come carburante nella direzione giusta. In bocca al lupo, Nadia. E grazie per aver scritto — hai ragione: raccontare le cose nel modo giusto è già un primo passo per non subirle.



