Women in AI. L’AI ha bisogno di più sguardi: perché il futuro tecnologico si costruisce anche al femminile
Nella storia di ogni grande trasformazione tecnologica, ad un certo momento diventa evidente che il vero nodo non è più la potenza degli strumenti, ma chi li sta costruendo. L’intelligenza artificiale oggi è ovunque: nei servizi che usiamo, nelle aziende, nella sanità, nella scuola. Eppure, se si guarda dietro le quinte, nei luoghi dove questi sistemi vengono pensati, progettati e addestrati, il mondo appare ancora sorprendentemente poco rappresentativo della società che dovrebbe servire.
Scrivo da donna che lavora in questo settore e che vede ogni giorno quanto la diversità di sguardi non sia solo un tema “etico” o “di immagine”, ma una questione profondamente tecnica, culturale e strategica. Quando metà del talento potenziale resta ai margini dei percorsi scientifici e tecnologici, non stiamo solo perdendo opportunità individuali: stiamo costruendo un futuro più povero, più rigido e, paradossalmente, meno intelligente.
Ed è proprio in questo spazio, esattamente qui, che iniziative come il progetto “NERD?” di IBM acquistano un significato che va molto oltre un programma educativo: diventano un pezzo concreto di infrastruttura culturale del nostro domani.
L’idea è semplice, e proprio per questo funziona. Prendere migliaia di studentesse del triennio finale, metterle davanti non a una lezione teorica ma a un problema reale, e dire: “Ok, adesso costruite qualcosa che funzioni davvero”. Quattro mesi, una piattaforma, IBM watsonx su IBM Cloud, e una missione: creare chatbot basati sull’intelligenza artificiale legati ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030. Non esattamente il classico compito in classe, insomma.
Il percorso inizia con una certificazione su IBM SkillsBuild, la piattaforma gratuita che insegna a programmare un’AI senza bisogno di vendere l’anima o imparare tre linguaggi morti. Poi entrano in scena i volontari IBM, che fanno da guide in questo piccolo viaggio iniziatico nel mondo del codice, e le ragazze lavorano in team che sembrano delle startup in miniatura: tre, quattro, cinque persone, spesso da scuole e regioni diverse, unite dalla stessa domanda implicita: “Ma perché non dovrei poter fare anche io questo mestiere?”.
La risposta, purtroppo, sta nei numeri. E i numeri non sono romantici. In Italia, secondo i dati più recenti, nelle università le iscrizioni STEM sono ancora sbilanciate: circa il 60% sono uomini contro il 40% delle donne. Ma il vero pugno allo stomaco arriva quando si guarda alle scelte: solo una studentessa su cinque sceglie un percorso STEM, contro quasi il 40% degli studenti. In informatica e ICT la percentuale femminile scende al 15%, in ingegneria al 24%. A livello globale va poco meglio: meno del 30% delle studentesse sceglie percorsi scientifici. Insomma, l’intelligenza artificiale corre, ma una parte enorme della popolazione resta a guardare dalla tribuna.
Ed è qui che “NERD?” diventa qualcosa di più di un progetto educativo. Perché non si tratta solo di occupazione o di statistiche. Chi progetta la tecnologia decide, anche senza volerlo, come quella tecnologia vedrà il mondo. Se ai tavoli dove si disegnano algoritmi e piattaforme siedono sempre le stesse persone, con gli stessi percorsi e gli stessi punti di vista, i bias non sono un bug: sono una feature. E correggerli dopo costa molto di più che evitarli prima.
Alessandro La Volpe, amministratore delegato di IBM Italia, lo dice senza troppi giri di parole: l’era dell’AI apre nuove opportunità, ma solo se qualcuno ha il coraggio di invitare più persone a partecipare alla festa. Mettere a disposizione tecnologie e competenze non è beneficenza, è un investimento strategico: per le ragazze, certo, ma anche per il Paese, che altrimenti rischia di ritrovarsi con un enorme skill gap digitale e una creatività a metà servizio.
Intorno a questo progetto, negli anni, si è costruito un piccolo ecosistema che oggi conta 27 partner tra università, aziende e associazioni tra cui Women at Business, la principale piattaforma di incontri professionali tra Donne e Aziende. L’edizione 2026 è partita il 22 gennaio e si chiuderà a fine maggio con una premiazione dei progetti migliori, valutati da una commissione mista di esperti IBM, accademici e partner industriali. Le vincitrici? Tre giorni di workshop intensivo, che è un po’ come un bootcamp e un po’ come un assaggio di futuro.
E se qualcuno pensa che tutto questo sia solo una bella storia da brochure, i risultati raccontano altro. In tredici anni, “NERD?” ha coinvolto circa 60.000 ragazze di oltre 2.000 scuole italiane. In alcune università partner, le iscrizioni femminili alle facoltà STEM sono cresciute dal 16% fino a punte del 40%. Non è una rivoluzione, ma è decisamente più di un hashtag.
Alla fine, forse, il punto è questo: l’intelligenza artificiale non è solo una questione di chip, cloud e modelli linguistici. È una questione di chi decide cosa farne. E se davvero vogliamo che il futuro digitale sia meno prevedibile, meno sbilanciato e un po’ più giusto, allora iniziative come “NERD?” non servono a “convincere le ragazze” a fare tecnologia. Servono a ricordare a tutti che la tecnologia, senza la componente femminile, è semplicemente incompleta. E, diciamolo pure francamente, anche abbastanza noiosa.



